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Sicurezza negli impianti a idrogeno: il ruolo dei dischi di rottura nella protezione da sovrapressioni

Rupture disc for hydrogen applications in industrial overpressure protection

L’idrogeno è uno dei vettori energetici su cui si stanno concentrando gli investimenti più rilevanti della transizione energetica europea, ma le sue proprietà fisiche e chimiche lo rendono uno dei fluidi più impegnativi da gestire in sicurezza. Pressioni elevate, molecola di dimensioni estremamente ridotte, infiammabilità in un range di concentrazione molto ampio nell’aria: ogni componente di un impianto a idrogeno deve essere scelto con criteri specifici, diversi da quelli applicabili ai gas industriali convenzionali. I dischi di rottura sono tra i dispositivi di sicurezza passiva più critici in questo contesto: intervengono istantaneamente in caso di sovrapressione, senza bisogno di energia esterna o logica di controllo, proteggendo gli impianti da danni strutturali e liberando la pressione in modo controllato.

Punti chiave

Perché l'idrogeno pone sfide specifiche ai dispositivi di sicurezza

Lavorare con l’idrogeno non è come lavorare con altri gas industriali, e non è una questione di percezione. Le caratteristiche fisiche dell’idrogeno creano condizioni operative che mettono a dura prova componenti e materiali in modi che non si riscontrano con azoto, aria compressa o anche gas naturale. Il primo aspetto è la molecola: H₂ è la più piccola che esiste, con un diametro molecolare di circa 0,289 nm. Questa dimensione minuscola le consente di diffondersi all’interno del reticolo cristallino dei metalli con una velocità molto superiore a qualsiasi altro gas, penetrando nei materiali e modificandone le proprietà meccaniche nel tempo.

Il secondo aspetto è la pressione. Gli elettrolizzatori PEM di ultima generazione producono idrogeno a pressioni che in certi sistemi raggiungono anche i 350-700 bar, e i serbatoi di stoccaggio onboard per applicazioni di mobilità possono superare i 700 bar. In ambito industriale i range operativi sono spesso inferiori, ma rimangono significativi. Progettare un disco di rottura per queste condizioni richiede tolleranze di calibrazione molto strette e materiali in grado di resistere nel tempo senza che la pressione operativa continua alteri le proprietà meccaniche del dispositivo.

Il terzo elemento è la fiammabilità: l’idrogeno brucia in un range di concentrazione nell’aria che va dal 4% al 75% in volume, molto più ampio rispetto al gas naturale (5-15%). Una perdita, anche piccola, ha quindi una probabilità di innesco significativamente più alta. Questo rende cruciale la scelta di dispositivi con tenuta ermetica certificata, che non perdano prima dell’attivazione e che, quando si aprono, lo facciano in modo prevedibile e diretto verso zone sicure.

Infragilimento da idrogeno: il rischio che non si vede

Il fenomeno dell’infragilimento da idrogeno (hydrogen embrittlement, HE) è probabilmente il rischio meno intuitivo associato all’utilizzo dell’H₂ come fluido di processo. Si manifesta quando gli atomi di idrogeno, per via delle loro dimensioni ridotte, diffondono all’interno del reticolo metallico e si accumulano in corrispondenza di difetti microstrutturali, bordi di grano o zone ad alta concentrazione di stress. Con il tempo (e in certi casi in modo relativamente rapido) questo accumulo riduce la duttilità del materiale, aumenta la fragilità e può portare alla formazione e alla propagazione di cricche, anche in assenza di sollecitazioni esterne elevate.

Non tutti i metalli sono ugualmente suscettibili. Gli acciai ferritici e martensitici ad alta resistenza, con struttura cristallina cubica a corpo centrato (BCC), consentono una rapida diffusione dell’idrogeno e presentano una suscettibilità elevata. Gli acciai inossidabili austenitici (come il 304 e il 316L), con struttura cubica a facce centrate (FCC), mostrano una resistenza nettamente migliore perché la struttura cristallina intrappola più efficacemente gli atomi di idrogeno e ne rallenta la diffusione verso le zone critiche. L’alluminio e le sue leghe comuni sono sostanzialmente immuni al fenomeno dell’HE, rendendole una scelta interessante per certe applicazioni. Il titanio, invece, pur essendo leggero e resistente alla corrosione, è suscettibile all’infragilimento da idrogeno attraverso la formazione di idruri fragili, e va gestito con attenzione nelle applicazioni H₂ ad alta pressione.

Per i dischi di rottura in servizio idrogeno, la scelta del materiale non è pertanto una variabile di secondo piano: è un criterio progettuale primario. Un disco realizzato in materiale non idoneo potrebbe infragilirsi nel tempo, alterando la pressione di apertura, sviluppando microcricche non rilevabili visivamente o — nel caso peggiore — cedendo in modo non controllato prima del raggiungimento della pressione di taratura.

Requisiti tecnici dei dischi di rottura per servizio idrogeno

Materiali idonei e compatibilità

Come indicato, gli acciai inossidabili austenitici della serie 300 (in particolare il 316L, con basso contenuto di carbonio per migliorare la resistenza alla corrosione intergranulare) sono il materiale più diffuso per dischi di rottura in servizio idrogeno. L’alluminio viene utilizzato per applicazioni a pressioni relativamente più basse o dove la leggerezza del componente è rilevante. In entrambi i casi, è buona norma richiedere al fabbricante la documentazione relativa ai test di compatibilità con H₂ effettuati sui materiali impiegati, soprattutto per applicazioni ad alta pressione o ad alte temperature.

Tenuta ermetica prima dell'attivazione

Un disco di rottura che perda, anche minimamente, prima di raggiungere la pressione di taratura è un rischio inaccettabile in un impianto a idrogeno. Le perdite in servizio idrogeno non sono sempre visibili e possono accumularsi in aree confinate, creando miscele esplosive prima che vengano rilevate. Per questo motivo i dischi per servizio H₂ vengono spesso forniti in configurazione “sealed unit” (unità sigillata), con una guarnizione o membrana aggiuntiva che garantisce la tenuta completa verso l’esterno fino al momento dell’apertura. È un dettaglio costruttivo che per altri fluidi potrebbe essere considerato opzionale, ma che per l’idrogeno diventa un requisito di progetto.

Tolleranza di attivazione e stabilità nel tempo

La pressione di apertura (p_stat o pressione di scoppio) di un disco deve rimanere stabile nel tempo, nonostante il continuo contatto con idrogeno ad alta pressione. Questo richiede un processo di produzione controllato e la verifica sperimentale che il materiale scelto non subisca drift significativi delle proprietà meccaniche in condizioni di servizio H₂. I fabbricanti qualificati per questo tipo di applicazione documentano i test effettuati e forniscono certificati con la tolleranza di attivazione garantita, espressa tipicamente come percentuale sulla pressione nominale di scoppio.

Applicazioni principali nei sistemi a idrogeno

Gli impianti a idrogeno sono composti da più sezioni, ciascuna con caratteristiche di pressione, temperatura e rischio specifiche, e ciascuna potenzialmente richiedente dispositivi di sicurezza differenti.

Negli elettrolizzatori (sia PEM che alcalini), i dischi di rottura proteggono le celle e i collettori di gas dai picchi di pressione anomali che possono originarsi da guasti interni, blocchi di sistema o malfunzionamenti della valvola di regolazione. Le pressioni operative variano a seconda del tipo di elettrolizzatore e del grado di compressione integrato: per i sistemi PEM di nuova generazione si lavora anche a pressioni superiori ai 30-50 bar in uscita dall’elettrolizzatore stesso.

Nei serbatoi di stoccaggio ad alta pressione, i dischi di rottura rappresentano una protezione di ultima istanza contro la rottura per sovrapressione: vengono installati in parallelo o in serie con le valvole di sicurezza, a seconda della criticità dell’applicazione e dei requisiti normativi. In certi design, il disco viene posto a monte della valvola per proteggerla dalla permeazione di idrogeno che potrebbe compromettere la tenuta della valvola stessa nel lungo periodo.

Nelle stazioni di rifornimento per veicoli a idrogeno e negli impianti di distribuzione, i dischi di rottura sono presenti su compressori, scambiatori di calore e linee ad alta pressione, dove i transitori di pressione possono essere rapidi e di ampiezza significativa.

Negli impianti di produzione H₂ (reforming del gas naturale, elettrolisi su larga scala, produzione da biomasse), i dischi proteggono reattori, separatori e sistemi di purificazione, spesso in combinazione con i pannelli di sfogo per la gestione delle sovrapressioni in aree a rischio esplosione classificate ATEX. Per impianti destinati al settore energetico che richiedono soluzioni integrate, il team DonadonSDD è in grado di supportare la progettazione fin dalle prime fasi.

Selezione e customizzazione: perché i dischi standard non bastano

Per applicazioni standard con fluidi comuni, è spesso possibile selezionare un disco di rottura da catalogo, scegliendo pressione nominale, diametro e materiale tra le opzioni disponibili. Per il servizio idrogeno, questo approccio raramente è sufficiente. Le condizioni operative sono spesso al limite delle specifiche standard, i requisiti di tenuta sono più stringenti, e la documentazione tecnica richiesta dalle normative di sicurezza degli impianti H₂ (in evoluzione a livello europeo e internazionale) impone certificazioni e traceability che non tutti i dispositivi di catalogo possono garantire.

La customizzazione non riguarda solo la pressione di taratura o il diametro: riguarda la scelta del materiale in funzione della specifica temperatura e pressione di servizio, il design della geometria di rottura per garantire un’apertura completa e controllata, la scelta del tipo di tenuta, la compatibilità dei componenti accessori (holder, guarnizioni) con l’idrogeno, e la documentazione tecnica del dispositivo. DonadonSDD progetta e produce dischi di rottura completamente su misura per impianti a idrogeno, con indicatori di rottura integrabili per il monitoraggio immediato dell’attivazione. Per una consulenza tecnica, è possibile contattare il team.

FAQ

Un disco di rottura standard in acciaio inox 316L è sufficiente per servizio idrogeno?

Dipende dalle condizioni operative. Il 316L è generalmente un’ottima base di partenza per la resistenza all’infragilimento da idrogeno, ma la sua idoneità va valutata in funzione della pressione massima di esercizio, della temperatura e della durata prevista in servizio. Per applicazioni ad alta pressione o con cicli termici frequenti, potrebbe essere necessario verificare sperimentalmente la stabilità delle proprietà meccaniche nel tempo e scegliere configurazioni costruttive specifiche per H₂.

I dischi di rottura per idrogeno richiedono certificazioni speciali?

Le normative specifiche per impianti a idrogeno sono in rapida evoluzione. A seconda del paese e del tipo di impianto, possono applicarsi standard come ISO/TR 15916 (Basic considerations for the safety of hydrogen systems), ASME B31.12 (Hydrogen Piping and Pipelines) o normative europee specifiche per elettrolizzatori e stazioni di rifornimento. È importante coinvolgere il fabbricante del disco nella fase di progettazione per assicurarsi che il dispositivo soddisfi i requisiti documentali richiesti.

Perché in certi impianti a idrogeno si installa un disco di rottura a monte di una valvola di sicurezza?

La configurazione disco + valvola in serie è una pratica consolidata in ambiti dove il fluido di processo può compromettere la tenuta della valvola nel tempo. Con l’idrogeno, la permeazione attraverso le guarnizioni della valvola è un rischio reale: il disco, posto a monte, protegge la valvola dall’esposizione diretta all’idrogeno in servizio, preservandone l’integrità e la funzionalità per il momento in cui effettivamente serve. Il disco interviene per primo in caso di sovrapressione rapida, mentre la valvola gestisce gli eventi più lenti o le condizioni di venting controllato.